UMBERTO SABA – TUTTE LE POESIE
MONDADORI – Collana I MERIDIANI – 1994
A cura di Arrigo Stara
Introduzione di Mario Lavagetto
INTRODUZIONE
Di Mario Lavagetto p. IX
CRONOLOGIA p. LXXI
AVVERTENZA p. XCIII
IL CANZONIERE (1900-1954) p. 3
INDICE p. 5
VOLUME PRIMO (1900-1920) p. 13
POESIE DELL’ADOLESCENZA E GIOVANILI (1900-1907) p. 15
AMMONIZIONE
Che fai nel ciel sereno
bel nuvolo rosato,
acceso e vagheggiato
dall’aurora del dì?
Cangi tue forme e perdi
quel fuoco veleggiando;
ti spezzi e, dileguando,
ammonisci così:
Tu pure, o baldo giovane,
cui suonan liete l’ore,
cui dolci sogni e amore
nascondono l’avel,
scolorerai, chiudendo
le azzurre luci, un giorno;
mai più vedrai d’intorno
gli amici e il patrio ciel. (p. 17)
SONETTO DI PRIMAVERA
Città paesi e culmini lontani
sorridon lieti al sol di primavera.
Torna serena la natia riviera.
Sono pieni di canti il mare e i piani.
Io solo qui di desideri vani
t’esalto, mia inesperta anima altera;
poi stanco mi riduco in sulla sera
alla mia stanza, e incerto del domani.
Là seggo sovra il bianco letticciolo,
e ripenso a un’età già tramontata,
a un amor che mi strugge, all’avvenire.
E se nell’ombra odo la voce amata
di mia madre appressarsi e poi morire,
spesso col pianto vo addolcendo il duolo. (p. 23)
GLAUCO
Glauco, un fanciullo dalla chioma bionda,
dal bel vestito di marinaretto,
e dall’occhio sereno, con gioconda
voce mi disse, nel natio dialetto:
Umberto, ma perché senza diletto
tu consumi la vita, e par nasconda
un dolore o un mistero ogni tuo detto?
Perché non vieni con me sulla sponda
del mare, che in sue azzurre onde c’invita?
Qual è il pensiero che non dici, ascoso,
e che da noi, così a un tratto, t’invola?
Tu non sai come sia dolce la vita
agli amici che fuggi, e come vola
a me il mio tempo, allegro e immaginoso. (p. 25)
DORMIVEGLIA
Trillava un cardellino
nell’attonita stanza,
e il sole oscurava.
Un rullo, una campana,
il gallo a quando a quando
s’udivano, e il mattino
più si andava velando.
Io giacevo sognando,
e brevi erano l’ore.
Poi un altro sopore
prese l’anima mia,
una malinconia
che fu in breve dolore.
Restai solo con esso.
Maledissi la sorte.
Desiderai la morte.
Ma venne la speranza
col suo chiaro sorriso,
e mi baciò sul viso,
e mi chiamò un eletto.
Ricondusse al mio letto
il sonno che fuggiva. (p. 29)
LA CAPPELLA CHIUSA
[…]
Così sempre al suo ieri
spera l’uomo migliore il suo domani,
ben che una voce gli dica: Domani
si soffrirà come soffrimmo ieri. (p. 31)
VERSI MILITARI
(SALERNO, 12° FANTERIA, 1908) p. 41
DOPO IL SILENZIO
Mentre il compagno lamentosamente
dorme; e il sonno, affannoso anche, gli giova,
l’insonnia una stanchezza in me rinnova,
che l’orgoglio mi fa quasi piacente.
Meraviglia non è se la mia mente
veglia, ed il sonno non sempre ritrova.
Questa che giace e ronfia è gente nuova.
Io sono vecchio, paurosamente.
Esistere da tanti anni mi sembra,
che forse con Abramo ho trasmigrato.
Forse fui Faust, e Margherita ho amato.
Qui coi coscritti oggi stancai le membra.
Ma non vissi con altri uomini e dèi?
Non videro ogni tempo gli occhi miei? (p. 55)
CASA E CAMPAGNA (1909-1910) p. 71
INTERMEZZO A LINA p. 81
TRIESTE E UNA DONNA (1910-1912) p. 85
NUOVI VERSI ALLA LINA p. 121
LA SERENA DISPERAZIONE (1913-1915) p. 145
DOPO LA GIOVANEZZA
I
Non ho nulla da fare. Il cuore è vuoto,
e senza il cuore la saggezza è un gioco.
Non potrei, per compenso, ricordare,
e come nuovo l’antico cantare?
Ma il ricordo fa male alla ferita,
che dì per dì mi riapre la vita;
e del bene goduto resta poco,
ma il male è lungo quanto il tempo è immoto. (p. 148)
3
La vista d’una palma giovanetta
mi richiama alla tomba che m’aspetta.
La visita della terra appena smossa
mi mette innanzi un picciol mucchio d’ossa.
E se penso che il mondo è un cimitero,
questo m’è adesso quel dolce pensiero
che scaccia il tedio che dentro ristagna,
e poi tutta la vita t’accompagna.
Che resta all’uomo che sofferse tante
malinconie dell’infanzia aspettante?
Ch’ebbe l’adolescenza, ogni sua ebbrezza?
Che resta oltre la prima giovanezza,
che poco fa, che a tutto fare aspira?
Forse l’occhio che illumina ove mira. (p. 150)
IL PATRIARCA
Nella collina che splende di faccia
seguo d’un vecchio l’operosa traccia.
Nella mia mente di fantasmi carca,
non è un agricoltore, è un patriarca.
La sua forza al peccato non s’estingue,
tien le radici nella zolla pingue,
nel forte figlio, nella bella nuora,
in lui stesso e con questo non ignora,
lo scaltro vecchio, che la vita è un male,
che la vita è il peccato originale.
Fin giù all’ultimo campo, per divino
volere, dato ai suoi, tolto al vicino,
un mondo nuovo ha di sé fecondato.
Ne gode, e pensa: Felice il non nato! (p. 161)
POESIE SCRITTE DURANTE LA GUERRA p. 167
DOVE AL MONDO M’HA MESSO…
dove al mondo m’ha messo, e ben non fece
(ma son trent’anni e più) la madre mia,
che ci vò a far nella città natia? (p. 175)
TRE POESIE FUORI LUOGO p. 181
COSE LEGGERE E VAGANTI (1920) p. 187
L’AMOROSA SPINA (1920) p. 205
VOLUME SECONDO (1921-1932) p. 221
PRELUDIO E CANZONETTE (1922-1923) p. 223
CANZONETTA I – LA MALINCONIA
Malinconia,
la vita mia
struggi terribilmente;
e non v’è al mondo non v’è al mondo niente
che mi divaghi.
Niente, o un nonnulla
forse. Fanciulla,
quello per me saresti.
S’apre una porta; in tue succinte vesti
entri, e mi smaghi.
Piccola tanto,
fugace incanto
di primavera. Biondi
riccioli parte nel basco nascondi,
ed altri ostenti.
Ma giovanezza,
torbida ebbrezza,
passa, passa l’amore.
Restano tristi nel dolente cuore
presentimenti.
Malinconia,
la vita mia
amò lieta una cosa,
sempre: la Morte. Or quasi è dolorosa,
ch’altro non spero.
Quando non s’ama
più, non si chiama
lei la liberatrice;
e nel dolore non fa più felice
il suo pensiero.
Io non sapevo
questo; ora bevo
l’ultimo sorso amaro
dell’esperienza. Oh, quanto è mai più caro
il pensier della morte
al giovanetto,
che a un primo affetto
cangia colore e trema.
Non ama il vecchio la tomba: suprema
crudeltà della sorte. (pp. 227-228)
CANZONETTA 2 – IL DOLORE
Dai miei prim’anni
d’ignoti affanni
io celo in me il terrore.
Il vero, il vivo, il presente dolore
m’è quasi amico.
Con dolce pensa
da lui la vena
dei miei versi derivo;
e quando a lungo in compagnia ne vivo
lo benedico.
Con lui da pari
lottando a pari
le belle cose appresi,
tante e sì strane, che poi grazie resi
alla sua guerra.
Per lui son fuori
dei tuoi orrori,
volgo a me sempre odioso,
e sarà il nome mio per lui glorioso
nella mia terra.
O sia che accanto
l’abbia in un canto
di caffeuccio, o vada,
com’uom che fugge, per vie e piazze io vada
della città;
senza conforto,
quando per morto
il mio cuor s’abbandona;
sempre nasce da lui la mia più buona
felicità.
Io pover’uomo,
già quasi domo,
mi rilevo beato;
e maledire più non so il peccato
d’amore gentile.
Ma se il pensiero,
solo in lui vero,
mi piange ignoto male;
credere possono on vi sia un mortale
di me più vile. (pp. 229-230)
CANZONETTA 10 – LE QUATTRO STAGIONI
L’infanzia è un verde prato.
Nello spazio infinito
sembra, al tempo eternale.
Là l’uomo e l’animale
sono una cosa sola
con l’erbe e l’alte piante.
Meraviglia son tante
quanti fra l’erba sparsi
fioretti l’agnel pasce.
Porta il sol quando nasce
l’allegra fame, e i lunghi
sonni al suo tramontare.
La giovanezza è un mare
tempestoso; mai pace
la tua barca vi trova.
Tende alla Terra nuova
il desiderio, a un mondo
che nessun più ha calcato.
E quel ch’è sempre stato,
sempre sarà, ha in dispregio
la stanca anima ardente,
che disperatamente
sente da sé lontano
della vita il mattino.
Un lago cristallino
è la maturità;
una sosta, una pace,
un dolore che tace
e tranquillo si crea
la giornata operosa.
Nella luce ogni cosa
splende; il già odiato vero
è la cosa perfetta.
Ama qual è Chiaretta:
come al fanciullo il tempo
sembra, a chi opra, eterno.
La vecchiezza è l’inverno,
spesso ai ricchi felice,
al povero tremendo.
Quei che in sua mano avendo
il suo tesoro, in vane
cure, qua e là, lo sperde;
anche quel poco perde
che a sé serbava, quando
al più ardua età viene.
Ma chi accresce il suo bene,
chi lo sperde, oblia tutto
sotto un erboso prato. (pp. 245-246)
CANZONETTA 12 – SOPRA UN MIO ANTICO TEMA
[…]
Or che non oso
fama e riposo
sperare fuor della morte,
nella mia nuvoletta la mia sorte
amo e rammento. (p. 250)
FINALE
L’umana vita è oscura e dolorosa,
e non è ferma in lei nessuna cosa.
Solo il passo del tempo è sempre uguale.
Amor fa un anno come un giorno breve;
il tedio accoglier numerosi gli anni
può in una sola giornata; ma il passo
suo non sosta, né muta. Era Chiaretta
una fanciulla, ed ora è giovanetta,
sarà donna domani. E si riceve,
queste cose pensando, un colpo in mezzo
del cuore. Appena, a non pensarle, l’arte
mi giova; fare in me di molte e sparse
cose una sola e bella. E d’ogni male
mi guarisce un bel verso. Oh quante volte
– e questa ancora – per lui che nessuno
più sa, né intende, sopra l’onte e i danni,
sono partito da Malinconia
e giunto a Beatitudine per via. (p. 251)
AUTOBIOGRAFIA (1924) p. 253
1
Per immagini tristi e dolorose
passò la giovanezza mia infelice,
che l’arte ad altri ha fatte dilettose,
come una verde tranquilla pendice.
Tutto il dolor che ho sofferto non lice (p. 255)
2
[…]
Ma di malinconia fui tosto esperto;
unico figlio che ha lontano il padre. (p. 256)
3
Mio padre è stato per me «l’assassino»,
fino ai vent’anni che l’ho conosciuto. […]
Egli era gaio e leggero; mia madre
tutti sentiva della vita i pensi.
Di mano ei gli sfuggì come un pallone. (p. 257)
4
La mia infanzia fu povera e beata
di pochi amici, di qualche animale;
con una zia benefica ed amata
come la madre, e in cielo Iddio immortale. (p. 258)
5
[…]
Dal fanciullo era nato il giovanetto,
ma triste ancora, ancor senza baldanza,
ed in cerca ai suoi occhi era la mèta. (p. 259)
9
Notte e giorno un pensiero aver coatto,
estraneo a me, non mai da me diviso;
questo m’accade; nei terrori a un tratto dell’inferno cader dal paradiso.
Come da questo spaventoso fatto
io non rimasi, ancor lo ignoro, ucciso.
Invece strinsi col dolore un patto,
l’accettai, con cui vissi viso a viso. (p. 263)
15
Una strana bottega d’antiquario
s’apre, a Trieste, in una via secreta.
D’antiche legature un oro vario
l’occhio per gli scaffali errante allieta.
Vive in un quell’aria tranquillo un poeta.
Dei morti in quel vivente lapidario
la sua opera compie, onesta e lieta,
d’amor pensoso, ignoto e solitario.
Morir spezzato dal chiuso fervore
vorrebbe un giorno; sulle amate carte
chiudere gli occhi han veduto tanto.
E quel che del suo tempo restò fuori
e del suo spazio, ancor più bello l’arte
gli pinse, ancor più dolce gli fe’ il canto. (p. 269)
I PRIGIONI (1924) p. 271
IL MELANCONICO
Melanconia mi fu sempre compagna.
Ebbi solo da lei mie tante e care
gioie; quel bello ella m’ha fatto mare
che le miei ciglia di lacrime bagna.
Amo il lido del mare e la campagna
solitaria; da un libro poche e rare
legger parole, e molto meditare,
con una voce che in aere si lagna,
e un ruscelletto che tra i sassi o i fiori
le risponde; un po’ china amo la fronte,
e tocca già di tristezza la cosa.
Solo il volgo m’offende, egli che fuori
del mio bene mi trasse, e con impronte
dita toccò la mia ferita ascosa. (p. 284)
FANCIULLE (1925) p. 289
CUOR MORITURO (1925-1930) p. 303
CANZONETTA NUOVA
Or che si tace
– sia per brev’ora –
quanto m’accora
in me, nel mondo;
ed alla pace
che m’ha beato
è il cuore grato
quanto è profondo;
il mal non scordo
che in sé tenuto
m’ha chiuso, muto
nel suo tormento,
che a quel ricordo
di quel soffrire,
di benedire
anzi mi sento.
Era la pena
ch’intima è solo,
che più gran duolo
par non vi sia.
Già senza lena
l’anima stava,
già boccheggiava
nell’agonia.
Più acuto morso
sentivo, è vero,
per il pensiero
d’estranea vita,
che col rimorso
del cuore umano,
guardano vivano
chiedermi aita.
Come fu orrendo
non lo so dire;
tanto patire,
credo, è peccato;
ché, l’uomo essendo
cosa mortale,
anche il suo male
sia limitato.
Chi a liberarmi
da mala sorte,
chi la mia morte
a protrar venne?
M’ha date l’armi
di cui mi giovo
fisico nuovo
mal che sorvenne;
che lunghe l’ore
fa e dolorose,
ma d’altre cose
poi mi guarì.
Non più il mio cuore,
soffron le membra;
oh, come sembra
dolce così!
Come ancor bella
la vita appare,
che pur d’amare
degno non sono,
che è sempre quella
dei miei prim’anni,
che è tutta affanni,
che è tutta un dono.
Ecco: credevo
d’essere a terra,
mia lunga guerra
perduta già,
quando mi levo
col corpo infranto,
ma in cuore un canto
di libertà.
E con sua asprezza
il mal mi dice;
Per me felice
esser saprai.
Tua giovanezza,
lo senti, è morta,
né in te risorta
più la vedrai.
L’ultima crisi
passata è or ora;
vedi che ancora
tremi a pensarla.
Quasi due uccisi
si lasciò dietro;
al bene io tetro
seppi portarla.
Così il mio corpo
mi dice, il saggio,
che sa il viaggio
lungo e la mèta.
Ma mentre il corpo
mi dice questo,
libero e mesto
mio cuor s’allieta.
Penso indefesse
cure d’amore,
ed il rossore
d’un caro viso,
dolci promesse,
bei pentimenti,
e casti accenti
di paradiso.
Li ascolto quali
presenti ansiosi,
immetto ascosi
palpiti altrui.
Fò di due mali
un sommo bene;
fra tante pene
non dico: Io fui. (pp. 306-309)
LA VETRINA
Sono a letto, ammalato e gli occhi intorno
giro per la mia stanza. Oltre i lucenti
vetri un mobile antico a sé li chiama,
alle cose ch’esposte in lui si stanno.
Bianche stoviglie, ove son navi in blu
dipinte, un porto, affaccendate genti
intorno a quelle. Altre vi sono cose
ch’erano già nella materna casa,
cui guardo con rimorso oggi ed affanno,
e così lieto le guardavo un giorno,
che di nuove acquistarne avevo brama.
Ciascuna d’esse a un tempo mi richiama
che fu sì dolce, che per me non fu
tempo, che ancor non ero nato, ancora
non dovevo morire. Ed anche in parte
ero già nato, era negli avi miei
il mio dolore d’oggi. E in un m’accora
strano pensiero, che mi dico: Ahi, quanta
pace era al mondo prima ch’io nascessi;
e l’ho turbata io solo. Ed è un mendace
sogno; è questo il delirio, amiche cose.
Quanto un giorno v’ho amate, belle cose,
che siete là nella vetrina, e altrove
siete, nell’ombra e nel sole, ed oh quale
ho nostalgia di lasciarvi! Nel buio,
tornar nel buio dell’alvo materno,
nel duro sonno, onde più nulla smuove,
non pur l’amore, soave tormento
sì, ma a me fatto intollerando. È il letto
questo in cui venni da quel caro buio
molto piangendo, alla luce, alle cose
ond’ebber gioia i miei occhi. E mortale
non so che più quel dì deprechi. E male
non ho che m’impauri, o è solo interno.
Come ogni notte, quando il lume spengo,
che agi occhi miei gravi di sonno apporta
esso fastidio, e metto il capo sotto
la coltre, e tutto a me stesso rinvengo,
tutto in me mi rannicchio, or sì vorrei fare, e che pi per me non fosse giorno!
E sì tutto m’arride. Anche la gloria
viene; il suo bacio, ancor che tardo, io sento.
Del divino per milleottocento
amate figlie, qui dalla lontana
Inghilterra venute, di voi dico,
pinte tazzine, vasellame usato
dagli avi miei laboriosi, al tempo
che la vita più degna era e più umana,
e molto prima che nascessi, io so
la vostra istoria, che ai vecchi la chiese
il poeta ch’è pio verso il passato.
Approdava ogni mese un bastimento
a questo porto di traffici amico,
con di voi sì gran copia che il mendico
come il ricco ne aveva. Aveva il tempo
fornito appena atroce guerra, e pace
era sui mari, ma non ma nel cuore
dell’uomo. Or voi nella vetrina state
che v’è coetanea, semplice, capace
di molte e belle forme. Ed io a guardarvi
non so, nel mio dolore, altro che morte
non so invocarmi. Non vissuto invano,
più d’esser nato la sventura sento. (pp. 311-312)
L’UOMO (1928) p. 347
PRELUDIO E FUGHE (1928-1929) p. 365
PRIMA FUGA (A DUE VOCI)
La vita, la mia vita, ha la tristezza
del nero magazzino di carbone,
che vedo ancora in questa strada. […]
Nero come là dentro è nel mio cuore; il cuore
dell’uomo è un antro di castigo. […]
Se nel mio guardo, se fuori
di lui, non vedo che disperazione,
tenebra, desiderio di morire,
cui lo spavento dell’ignoto a fronte
si pone, tutta la dolcezza a togliere
che quello in sé ricercherebbe. […]
La vita,
la tua vita a te casa, è un lungo errore,
(breve, dorato, appena un’illusione!)
e tu lo sconti duramente. (p. 368)
io soffro; il mio dolore,
lui solo, esiste. […]
Troppo tempo di perderle; felici
chiamo per questo i non nati. […]
se puoi, taci;
lasciami assomigliare la mia vita
– tetra cosa opprimente – a quella nera
volta, sotto alla quale un uomo siede,
fin che gli termini il giorno, e non vede
l’azzurro mare – oh, quante in te provavi
nel dir dolcezza! – e il cielo gli è sopra. (p.369)
SECONDA FUGA (A DUE VOCI)
L’ultima goccia di dolcezza esprimi,
anima stanca e muori. (p. 370)
SESTA FUGA (A 3 VOCI)
[…]
Non la gioia, ma il tormento
dell’amore è il mio diletto;
me lo tengo chiuso in petto,
la sua immagine in me vario. (p. 376)
SETTIMA FUGA (A 2 VOCI)
[…]
S’innova
ogni vita per altre in lei distrutte;
di tutte
una non v’è che dica di sì atroce
legge il modo d’uscire. E quanto nuove
n’è caso, ed anche noi l’incerta vita
amiamo.
Restiamo,
per meglio amarla, in questo ascoso porto.
Qui nessuno può toglierci il conforto
di piangere. (p. 390)
NONA FUGA (A 2 VOCI)
pp. 392-393
Cielo che splende dopo l’uragano
più terso;
bimbo che trova la materna mano,
ch’errava sperso;
tale io mi faccio, se da me il dolore
viene tolto;
e la felicità torna al tuo cuore,
e sul tuo volto.
Ma come un’ombra in me rimane, un mesto
pensiero.
Anch’esso, credi, anch’esso come il resto
è passeggiero.
No, che in me potrà solo con la morte
passare;
sì che dovresti la tua umana sorte
ancor più amare.
Noi gli effimeri siamo, e siamo quelli
cui tocca
maggior grazia? Un mio bacio ti suggelli
ora la bocca.
Dov’eri, che più baci non mi davi,
fuggita?
Non sono quella che un tempo tu amavi,
la calda vita?
Che più fugge chi n’è più disperato
amante;
che nel petto il suo artiglio t’ha piantato
più straziante;
che in me la voluttà, l’amore ardente
profonde;
e se ti lagni, oh come dolcemente
l’Eco risponde! (pp. 392-393)
IL PICCOLO BERTO (1929-1931) p. 403
VOLUME TERZO (1933-1954) p. 427
PAROLE (1933-1934) p. 429
ULTIME COSE (1935-1943) p. 461
1944 p. 507
VARIE p. 517
MEDITERRANEE (1945-1946) p. 527
EPIGRAFE (1947-1948) p. 557
EPIGRAFE
Parlavo vivo a un popolo di morti.
Morto alloro rifiuto e chiedo oblio. (p. 564)
UCCELLI (1948) p. 567
QUASI UN RACCONTO (1951) p. 585
SEI POESIE DELLA VECCHIAIA (1953-1954) p. 631
ULTIMA
Guardo, dona, il tuo cane che adorato
ti adora. Ed io… se penso alla mia vita1
Variamente operai, se in male o in bene
io non so; lo sa Dio, forse nessuno.
Mai appartenni a qualcosa o a qualcuno.
Fui sempre («colpa tua» tu mi rispondi)
fui sempre un povero cane randagio. (p. 638)
CANZONIERE APROCRIFO p. 639
1900-1920 p. 659
POESIE DELL’ADOLESCENZA E GIOVANILI p. 661
DA POESIE 1911 p. 665
DAL CANZONIERE 1921 p. 709
DA AMMONIZIONE 1932 p. 759
VERSI MILITARI p. 775
DA POESIE 1911 p. 777
DA CANZONIERE 1921 p. 785
CASA E CAMPAGNA p. 795
DA POESIE 1911 p. 797
DAL CANZONIERE 1921 p. 799
DA AMMONIZIONE 1932 p. 805
TRIESTE E UNA DONNA p. 809
DA COI MIEI OCCHI 1912 p. 811
DAL CANZONIERE 1921 p. 817
LA SERENA DISPERAZIONE p. 821
DAL CANZONIERE 1921 p. 823
POESIE SCRITTE DURANTE LA GUERRA p. 841
DAL CANZONIERE 1921 p. 843
COSE LEGGERE E VAGANTI p. 869
DA COSE LEGGERE E VAGANTI 1920 p. 871
POESIE DISPERSE p. 877
PICCOLE INGIUSTIZIE
Mesto e incompreso, fra una gente ostile,
io consumo la dolce età migliore;
e celo vergognando, ogni gentile
pensiero che m’accende gli occhi e il core.
Passano intanto celermente l’ore,
e i mesi, e gli anni, e il tempo giovanile;
ed io lo veggo, e fremo e il mio dolore
verso e il mio sangue, nel severo stile.
Ma talvolta, sedendo, solitario,
dico: Quante persone inutilmente
sprecan l’oro paterno, o a proprio danno.
Mentre altrove si more da l’affano,
mentr’io non ho danaro sufficiente
a comprarmi un Carducci o un dizionario. – (p. 882)
1921-1932 p. 931
CUOR MORITURO p. 935DS
DA FIGURE E CANTI 1926 p. 937
DA TRE COMPOSIZIONI 1933 p. 941
POESIE DISPERSE p. 943
1933-1954 p. 985
CRONISTORIA DEL CANZONIERE E DEL CANZONIERE APOCRIFO p. 1005
NOTE p. 1105
BIBLIOGRAFIA p. 1161
INDICI p. 1183
INDICE GENERALE p. 1213
