UMBERTO SABA – TUTTE LE POESIE

UMBERTO SABA – TUTTE LE POESIE

MONDADORI – Collana I MERIDIANI – 1994

A cura di Arrigo Stara

Introduzione di Mario Lavagetto

INTRODUZIONE

Di Mario Lavagetto p. IX

CRONOLOGIA p. LXXI

AVVERTENZA p. XCIII

IL CANZONIERE (1900-1954) p. 3

INDICE p. 5

VOLUME PRIMO (1900-1920) p. 13

POESIE DELL’ADOLESCENZA E GIOVANILI (1900-1907) p. 15

AMMONIZIONE

Che fai nel ciel sereno

bel nuvolo rosato,

acceso e vagheggiato

dall’aurora del dì?

Cangi tue forme e perdi

quel fuoco veleggiando;

ti spezzi e, dileguando,

ammonisci così:

Tu pure, o baldo giovane,

cui suonan liete l’ore,

cui dolci sogni e amore

nascondono l’avel,

scolorerai, chiudendo

le azzurre luci, un giorno;

mai più vedrai d’intorno

gli amici e il patrio ciel. (p. 17)

SONETTO DI PRIMAVERA

Città paesi e culmini lontani

sorridon lieti al sol di primavera.

Torna serena la natia riviera.

Sono pieni di canti il mare e i piani.

Io solo qui di desideri vani

t’esalto, mia inesperta anima altera;

poi stanco mi riduco in sulla sera

alla mia stanza, e incerto del domani.

Là seggo sovra il bianco letticciolo,

e ripenso a un’età già tramontata,

a un amor che mi strugge, all’avvenire.

E se nell’ombra odo la voce amata

di mia madre appressarsi e poi morire,

spesso col pianto vo addolcendo il duolo. (p. 23)

GLAUCO

Glauco, un fanciullo dalla chioma bionda,

dal bel vestito di marinaretto,

e dall’occhio sereno, con gioconda

voce mi disse, nel natio dialetto:

Umberto, ma perché senza diletto

tu consumi la vita, e par nasconda

un dolore o un mistero ogni tuo detto?

Perché non vieni con me sulla sponda

del mare, che in sue azzurre onde c’invita?

Qual è il pensiero che non dici, ascoso,

e che da noi, così a un tratto, t’invola?

Tu non sai come sia dolce la vita

agli amici che fuggi, e come vola

a me il mio tempo, allegro e immaginoso. (p. 25)

DORMIVEGLIA

Trillava un cardellino

nell’attonita stanza,

e il sole oscurava.

Un rullo, una campana,

il gallo a quando a quando

s’udivano, e il mattino

più si andava velando.

Io giacevo sognando,

e brevi erano l’ore.

Poi un altro sopore

prese l’anima mia,

una malinconia

che fu in breve dolore.

Restai solo con esso.

Maledissi la sorte.

Desiderai la morte.

Ma venne la speranza

col suo chiaro sorriso,

e mi baciò sul viso,

e mi chiamò un eletto.

Ricondusse al mio letto

il sonno che fuggiva. (p. 29)

LA CAPPELLA CHIUSA

[…]

Così sempre al suo ieri

spera l’uomo migliore il suo domani,

ben che una voce gli dica: Domani

si soffrirà come soffrimmo ieri. (p. 31)

VERSI MILITARI

(SALERNO, 12° FANTERIA, 1908) p. 41

DOPO IL SILENZIO

Mentre il compagno lamentosamente

dorme; e il sonno, affannoso anche, gli giova,

l’insonnia una stanchezza in me rinnova,

che l’orgoglio mi fa quasi piacente.

Meraviglia non è se la mia mente

veglia, ed il sonno non sempre ritrova.

Questa che giace e ronfia è gente nuova.

Io sono vecchio, paurosamente.

Esistere da tanti anni mi sembra,

che forse con Abramo ho trasmigrato.

Forse fui Faust, e Margherita ho amato.

Qui coi coscritti oggi stancai le membra.

Ma non vissi con altri uomini e dèi?

Non videro ogni tempo gli occhi miei? (p. 55)

CASA E CAMPAGNA (1909-1910) p. 71

INTERMEZZO A LINA p. 81

TRIESTE E UNA DONNA (1910-1912) p. 85

NUOVI VERSI ALLA LINA p. 121

LA SERENA DISPERAZIONE (1913-1915) p. 145

DOPO LA GIOVANEZZA

I

Non ho nulla da fare. Il cuore è vuoto,

e senza il cuore la saggezza è un gioco.

Non potrei, per compenso, ricordare,

e come nuovo l’antico cantare?

Ma il ricordo fa male alla ferita,

che dì per dì mi riapre la vita;

e del bene goduto resta poco,

ma il male è lungo quanto il tempo è immoto. (p. 148)

3

La vista d’una palma giovanetta

mi richiama alla tomba che m’aspetta.

La visita della terra appena smossa

mi mette innanzi un picciol mucchio d’ossa.

E se penso che il mondo è un cimitero,

questo m’è adesso quel dolce pensiero

che scaccia il tedio che dentro ristagna,

e poi tutta la vita t’accompagna.

Che resta all’uomo che sofferse tante

malinconie dell’infanzia aspettante?

Ch’ebbe l’adolescenza, ogni sua ebbrezza?

Che resta oltre la prima giovanezza,

che poco fa, che a tutto fare aspira?

Forse l’occhio che illumina ove mira. (p. 150)

IL PATRIARCA

Nella collina che splende di faccia

seguo d’un vecchio l’operosa traccia.

Nella mia mente di fantasmi carca,

non è un agricoltore, è un patriarca.

La sua forza al peccato non s’estingue,

tien le radici nella zolla pingue,

nel forte figlio, nella bella nuora,

in lui stesso e con questo non ignora,

lo scaltro vecchio, che la vita è un male,

che la vita è il peccato originale.

Fin giù all’ultimo campo, per divino

volere, dato ai suoi, tolto al vicino,

un mondo nuovo ha di sé fecondato.

Ne gode, e pensa: Felice il non nato! (p. 161)

POESIE SCRITTE DURANTE LA GUERRA p. 167

DOVE AL MONDO M’HA MESSO…

dove al mondo m’ha messo, e ben non fece

(ma son trent’anni e più) la madre mia,

che ci vò a far nella città natia? (p. 175)

TRE POESIE FUORI LUOGO p. 181

COSE LEGGERE E VAGANTI (1920) p. 187

L’AMOROSA SPINA (1920) p. 205

VOLUME SECONDO (1921-1932) p. 221

PRELUDIO E CANZONETTE (1922-1923) p. 223

CANZONETTA I – LA MALINCONIA

Malinconia,

la vita mia

struggi terribilmente;

e non v’è al mondo non v’è al mondo niente

che mi divaghi.

Niente, o un nonnulla

forse. Fanciulla,

quello per me saresti.

S’apre una porta; in tue succinte vesti

entri, e mi smaghi.

Piccola tanto,

fugace incanto

di primavera. Biondi

riccioli parte nel basco nascondi,

ed altri ostenti.

Ma giovanezza,

torbida ebbrezza,

passa, passa l’amore.

Restano tristi nel dolente cuore

presentimenti.

Malinconia,

la vita mia

amò lieta una cosa,

sempre: la Morte. Or quasi è dolorosa,

ch’altro non spero.

Quando non s’ama

più, non si chiama

lei la liberatrice;

e nel dolore non fa più felice

il suo pensiero.

Io non sapevo

questo; ora bevo

l’ultimo sorso amaro

dell’esperienza. Oh, quanto è mai più caro

il pensier della morte

al giovanetto,

che a un primo affetto

cangia colore e trema.

Non ama il vecchio la tomba: suprema

crudeltà della sorte. (pp. 227-228)

CANZONETTA 2 – IL DOLORE

Dai miei prim’anni

d’ignoti affanni

io celo in me il terrore.

Il vero, il vivo, il presente dolore

m’è quasi amico.

Con dolce pensa

da lui la vena

dei miei versi derivo;

e quando a lungo in compagnia ne vivo

lo benedico.

Con lui da pari

lottando a pari
le belle cose appresi,

tante e sì strane, che poi grazie resi

alla sua guerra.

Per lui son fuori

dei tuoi orrori,

volgo a me sempre odioso,

e sarà il nome mio per lui glorioso

nella mia terra.

O sia che accanto

l’abbia in un canto

di caffeuccio, o vada,

com’uom che fugge, per vie e piazze io vada

della città;

senza conforto,

quando per morto

il mio cuor s’abbandona;

sempre nasce da lui la mia più buona

felicità.

Io pover’uomo,

già quasi domo,

mi rilevo beato;

e maledire più non so il peccato

d’amore gentile.

Ma se il pensiero,

solo in lui vero,

mi piange ignoto male;

credere possono on vi sia un mortale

di me più vile. (pp. 229-230)

CANZONETTA 10 – LE QUATTRO STAGIONI

L’infanzia è un verde prato.

Nello spazio infinito

sembra, al tempo eternale.

Là l’uomo e l’animale

sono una cosa sola

con l’erbe e l’alte piante.

Meraviglia son tante

quanti fra l’erba sparsi

fioretti l’agnel pasce.

Porta il sol quando nasce

l’allegra fame, e i lunghi

sonni al suo tramontare.

La giovanezza è un mare

tempestoso; mai pace

la tua barca vi trova.

Tende alla Terra nuova

il desiderio, a un mondo

che nessun più ha calcato.

E quel ch’è sempre stato,

sempre sarà, ha in dispregio

la stanca anima ardente,

che disperatamente

sente da sé lontano

della vita il mattino.

Un lago cristallino

è la maturità;

una sosta, una pace,

un dolore che tace

e tranquillo si crea

la giornata operosa.

Nella luce ogni cosa

splende; il già odiato vero

è la cosa perfetta.

Ama qual è Chiaretta:

come al fanciullo il tempo

sembra, a chi opra, eterno.

La vecchiezza è l’inverno,

spesso ai ricchi felice,

al povero tremendo.

Quei che in sua mano avendo

il suo tesoro, in vane

cure, qua e là, lo sperde;

anche quel poco perde

che a sé serbava, quando

al più ardua età viene.

Ma chi accresce il suo bene,

chi lo sperde, oblia tutto

sotto un erboso prato. (pp. 245-246)

CANZONETTA 12 – SOPRA UN MIO ANTICO TEMA

[…]

Or che non oso

fama e riposo

sperare fuor della morte,

nella mia nuvoletta la mia sorte

amo e rammento. (p. 250)

FINALE

L’umana vita è oscura e dolorosa,

e non è ferma in lei nessuna cosa.

Solo il passo del tempo è sempre uguale.

Amor fa un anno come un giorno breve;

il tedio accoglier numerosi gli anni

può in una sola giornata; ma il passo

suo non sosta, né muta. Era Chiaretta

una fanciulla, ed ora è giovanetta,

sarà donna domani. E si riceve,

queste cose pensando, un colpo in mezzo

del cuore. Appena, a non pensarle, l’arte

mi giova; fare in me di molte e sparse

cose una sola e bella. E d’ogni male

mi guarisce un bel verso. Oh quante volte

– e questa ancora – per lui che nessuno

più sa, né intende, sopra l’onte e i danni,

sono partito da Malinconia

e giunto a Beatitudine per via. (p. 251)

AUTOBIOGRAFIA (1924) p. 253

1

Per immagini tristi e dolorose

passò la giovanezza mia infelice,

che l’arte ad altri ha fatte dilettose,

come una verde tranquilla pendice.

Tutto il dolor che ho sofferto non lice (p. 255)

2

[…]

Ma di malinconia fui tosto esperto;

unico figlio che ha lontano il padre. (p. 256)

3

Mio padre è stato per me «l’assassino»,

fino ai vent’anni che l’ho conosciuto. […]

Egli era gaio e leggero; mia madre

tutti sentiva della vita i pensi.

Di mano ei gli sfuggì come un pallone. (p. 257)

4

La mia infanzia fu povera e beata

di pochi amici, di qualche animale;

con una zia benefica ed amata

come la madre, e in cielo Iddio immortale. (p. 258)

5

[…]

Dal fanciullo era nato il giovanetto,

ma triste ancora, ancor senza baldanza,

ed in cerca ai suoi occhi era la mèta. (p. 259)

9

Notte e giorno un pensiero aver coatto,

estraneo a me, non mai da me diviso;

questo m’accade; nei terrori a un tratto dell’inferno cader dal paradiso.

Come da questo spaventoso fatto

io non rimasi, ancor lo ignoro, ucciso.

Invece strinsi col dolore un patto,

l’accettai, con cui vissi viso a viso. (p. 263)

15

Una strana bottega d’antiquario

s’apre, a Trieste, in una via secreta.

D’antiche legature un oro vario

l’occhio per gli scaffali errante allieta.

Vive in un quell’aria tranquillo un poeta.

Dei morti in quel vivente lapidario

la sua opera compie, onesta e lieta,

d’amor pensoso, ignoto e solitario.

Morir spezzato dal chiuso fervore

vorrebbe un giorno; sulle amate carte

chiudere gli occhi han veduto tanto.

E quel che del suo tempo restò fuori

e del suo spazio, ancor più bello l’arte

gli pinse, ancor più dolce gli fe’ il canto. (p. 269)

I PRIGIONI (1924) p. 271

IL MELANCONICO

Melanconia mi fu sempre compagna.

Ebbi solo da lei mie tante e care

gioie; quel bello ella m’ha fatto mare

che le miei ciglia di lacrime bagna.

Amo il lido del mare e la campagna

solitaria; da un libro poche e rare

legger parole, e molto meditare,

con una voce che in aere si lagna,

e un ruscelletto che tra i sassi o i fiori

le risponde; un po’ china amo la fronte,

e tocca già di tristezza la cosa.

Solo il volgo m’offende, egli che fuori

del mio bene mi trasse, e con impronte

dita toccò la mia ferita ascosa. (p. 284)

FANCIULLE (1925) p. 289

CUOR MORITURO (1925-1930) p. 303

CANZONETTA NUOVA

Or che si tace

– sia per brev’ora –

quanto m’accora

in me, nel mondo;

ed alla pace

che m’ha beato

è il cuore grato

quanto è profondo;

il mal non scordo

che in sé tenuto

m’ha chiuso, muto

nel suo tormento,

che a quel ricordo

di quel soffrire,

di benedire

anzi mi sento.

Era la pena

ch’intima è solo,

che più gran duolo

par non vi sia.

Già senza lena

l’anima stava,

già boccheggiava

nell’agonia.

Più acuto morso

sentivo, è vero,

per il pensiero

d’estranea vita,

che col rimorso

del cuore umano,

guardano vivano

chiedermi aita.

Come fu orrendo

non lo so dire;

tanto patire,

credo, è peccato;

ché, l’uomo essendo

cosa mortale,

anche il suo male

sia limitato.

Chi a liberarmi

da mala sorte,

chi la mia morte

a protrar venne?

M’ha date l’armi

di cui mi giovo

fisico nuovo

mal che sorvenne;

che lunghe l’ore

fa e dolorose,

ma d’altre cose

poi mi guarì.

Non più il mio cuore,

soffron le membra;

oh, come sembra

dolce così!

Come ancor bella

la vita appare,

che pur d’amare

degno non sono,

che è sempre quella

dei miei prim’anni,

che è tutta affanni,

che è tutta un dono.

Ecco: credevo

d’essere a terra,

mia lunga guerra

perduta già,

quando mi levo

col corpo infranto,

ma in cuore un canto

di libertà.

E con sua asprezza

il mal mi dice;

Per me felice

esser saprai.

Tua giovanezza,

lo senti, è morta,

né in te risorta

più la vedrai.

L’ultima crisi

passata è or ora;

vedi che ancora

tremi a pensarla.

Quasi due uccisi

si lasciò dietro;

al bene io tetro

seppi portarla.

Così il mio corpo

mi dice, il saggio,

che sa il viaggio

lungo e la mèta.

Ma mentre il corpo

mi dice questo,

libero e mesto

mio cuor s’allieta.

Penso indefesse

cure d’amore,

ed il rossore

d’un caro viso,

dolci promesse,

bei pentimenti,

e casti accenti

di paradiso.

Li ascolto quali

presenti ansiosi,

immetto ascosi

palpiti altrui.

Fò di due mali

un sommo bene;

fra tante pene

non dico: Io fui. (pp. 306-309)

LA VETRINA

Sono a letto, ammalato e gli occhi intorno

giro per la mia stanza. Oltre i lucenti

vetri un mobile antico a sé li chiama,

alle cose ch’esposte in lui si stanno.

Bianche stoviglie, ove son navi in blu

dipinte, un porto, affaccendate genti

intorno a quelle. Altre vi sono cose

ch’erano già nella materna casa,

cui guardo con rimorso oggi ed affanno,

e così lieto le guardavo un giorno,

che di nuove acquistarne avevo brama.

Ciascuna d’esse a un tempo mi richiama

che fu sì dolce, che per me non fu

tempo, che ancor non ero nato, ancora

non dovevo morire. Ed anche in parte

ero già nato, era negli avi miei

il mio dolore d’oggi. E in un m’accora

strano pensiero, che mi dico: Ahi, quanta

pace era al mondo prima ch’io nascessi;

e l’ho turbata io solo. Ed è un mendace

sogno; è questo il delirio, amiche cose.

Quanto un giorno v’ho amate, belle cose,

che siete là nella vetrina, e altrove

siete, nell’ombra e nel sole, ed oh quale

ho nostalgia di lasciarvi! Nel buio,

tornar nel buio dell’alvo materno,

nel duro sonno, onde più nulla smuove,

non pur l’amore, soave tormento

sì, ma a me fatto intollerando. È il letto

questo in cui venni da quel caro buio

molto piangendo, alla luce, alle cose

ond’ebber gioia i miei occhi. E mortale

non so che più quel dì deprechi. E male

non ho che m’impauri, o è solo interno.

Come ogni notte, quando il lume spengo,

che agi occhi miei gravi di sonno apporta

esso fastidio, e metto il capo sotto

la coltre, e tutto a me stesso rinvengo,

tutto in me mi rannicchio, or sì vorrei fare, e che pi per me non fosse giorno!

E sì tutto m’arride. Anche la gloria

viene; il suo bacio, ancor che tardo, io sento.

Del divino per milleottocento

amate figlie, qui dalla lontana

Inghilterra venute, di voi dico,

pinte tazzine, vasellame usato

dagli avi miei laboriosi, al tempo

che la vita più degna era e più umana,

e molto prima che nascessi, io so

la vostra istoria, che ai vecchi la chiese

il poeta ch’è pio verso il passato.

Approdava ogni mese un bastimento

a questo porto di traffici amico,

con di voi sì gran copia che il mendico

come il ricco ne aveva. Aveva il tempo

fornito appena atroce guerra, e pace

era sui mari, ma non ma nel cuore

dell’uomo. Or voi nella vetrina state

che v’è coetanea, semplice, capace

di molte e belle forme. Ed io a guardarvi

non so, nel mio dolore, altro che morte

non so invocarmi. Non vissuto invano,

più d’esser nato la sventura sento. (pp. 311-312)

L’UOMO (1928) p. 347

PRELUDIO E FUGHE (1928-1929) p. 365

PRIMA FUGA (A DUE VOCI)

La vita, la mia vita, ha la tristezza

del nero magazzino di carbone,

che vedo ancora in questa strada. […]

Nero come là dentro è nel mio cuore; il cuore

dell’uomo è un antro di castigo. […]

Se nel mio guardo, se fuori

di lui, non vedo che disperazione,

tenebra, desiderio di morire,

cui lo spavento dell’ignoto a fronte

si pone, tutta la dolcezza a togliere

che quello in sé ricercherebbe. […]

La vita,

la tua vita a te casa, è un lungo errore,

(breve, dorato, appena un’illusione!)

e tu lo sconti duramente. (p. 368)

io soffro; il mio dolore,

lui solo, esiste. […]

Troppo tempo di perderle; felici

chiamo per questo i non nati. […]

se puoi, taci;

lasciami assomigliare la mia vita

– tetra cosa opprimente – a quella nera

volta, sotto alla quale un uomo siede,

fin che gli termini il giorno, e non vede

l’azzurro mare – oh, quante in te provavi

nel dir dolcezza! – e il cielo gli è sopra. (p.369)

SECONDA FUGA (A DUE VOCI)

L’ultima goccia di dolcezza esprimi,

anima stanca e muori. (p. 370)

SESTA FUGA (A 3 VOCI)

[…]

Non la gioia, ma il tormento

dell’amore è il mio diletto;

me lo tengo chiuso in petto,

la sua immagine in me vario. (p. 376)

SETTIMA FUGA (A 2 VOCI)

[…]

S’innova

ogni vita per altre in lei distrutte;

di tutte

una non v’è che dica di sì atroce

legge il modo d’uscire. E quanto nuove

n’è caso, ed anche noi l’incerta vita

amiamo.

Restiamo,

per meglio amarla, in questo ascoso porto.

Qui nessuno può toglierci il conforto

di piangere. (p. 390)

NONA FUGA (A 2 VOCI)

pp. 392-393

Cielo che splende dopo l’uragano

più terso;

bimbo che trova la materna mano,

ch’errava sperso;

tale io mi faccio, se da me il dolore

viene tolto;

e la felicità torna al tuo cuore,

e sul tuo volto.

Ma come un’ombra in me rimane, un mesto

pensiero.

Anch’esso, credi, anch’esso come il resto

è passeggiero.

No, che in me potrà solo con la morte

passare;

sì che dovresti la tua umana sorte

ancor più amare.

Noi gli effimeri siamo, e siamo quelli

cui tocca

maggior grazia? Un mio bacio ti suggelli

ora la bocca.

Dov’eri, che più baci non mi davi,

fuggita?

Non sono quella che un tempo tu amavi,

la calda vita?

Che più fugge chi n’è più disperato

amante;

che nel petto il suo artiglio t’ha piantato

più straziante;

che in me la voluttà, l’amore ardente

profonde;

e se ti lagni, oh come dolcemente

l’Eco risponde! (pp. 392-393)

IL PICCOLO BERTO (1929-1931) p. 403

VOLUME TERZO (1933-1954) p. 427

PAROLE (1933-1934) p. 429

ULTIME COSE (1935-1943) p. 461

1944 p. 507

VARIE p. 517

MEDITERRANEE (1945-1946) p. 527

EPIGRAFE (1947-1948) p. 557

EPIGRAFE

Parlavo vivo a un popolo di morti.

Morto alloro rifiuto e chiedo oblio. (p. 564)

UCCELLI (1948) p. 567

QUASI UN RACCONTO (1951) p. 585

SEI POESIE DELLA VECCHIAIA (1953-1954) p. 631

ULTIMA

Guardo, dona, il tuo cane che adorato

ti adora. Ed io… se penso alla mia vita1

Variamente operai, se in male o in bene

io non so; lo sa Dio, forse nessuno.

Mai appartenni a qualcosa o a qualcuno.

Fui sempre («colpa tua» tu mi rispondi)

fui sempre un povero cane randagio. (p. 638)

CANZONIERE APROCRIFO p. 639

1900-1920 p. 659

POESIE DELL’ADOLESCENZA E GIOVANILI p. 661

DA POESIE 1911 p. 665

DAL CANZONIERE 1921 p. 709

DA AMMONIZIONE 1932 p. 759

VERSI MILITARI p. 775

DA POESIE 1911 p. 777

DA CANZONIERE 1921 p. 785

CASA E CAMPAGNA p. 795

DA POESIE 1911 p. 797

DAL CANZONIERE 1921 p. 799

DA AMMONIZIONE 1932 p. 805

TRIESTE E UNA DONNA p. 809

DA COI MIEI OCCHI 1912 p. 811

DAL CANZONIERE 1921 p. 817

LA SERENA DISPERAZIONE p. 821

DAL CANZONIERE 1921 p. 823

POESIE SCRITTE DURANTE LA GUERRA p. 841

DAL CANZONIERE 1921 p. 843

COSE LEGGERE E VAGANTI p. 869

DA COSE LEGGERE E VAGANTI 1920 p. 871

POESIE DISPERSE p. 877

PICCOLE INGIUSTIZIE

Mesto e incompreso, fra una gente ostile,

io consumo la dolce età migliore;

e celo vergognando, ogni gentile

pensiero che m’accende gli occhi e il core.

Passano intanto celermente l’ore,

e i mesi, e gli anni, e il tempo giovanile;

ed io lo veggo, e fremo e il mio dolore

verso e il mio sangue, nel severo stile.

Ma talvolta, sedendo, solitario,

dico: Quante persone inutilmente

sprecan l’oro paterno, o a proprio danno.

Mentre altrove si more da l’affano,

mentr’io non ho danaro sufficiente

a comprarmi un Carducci o un dizionario. – (p. 882)

1921-1932 p. 931

CUOR MORITURO p. 935DS

DA FIGURE E CANTI 1926 p. 937

DA TRE COMPOSIZIONI 1933 p. 941

POESIE DISPERSE p. 943

1933-1954 p. 985

CRONISTORIA DEL CANZONIERE E DEL CANZONIERE APOCRIFO p. 1005

NOTE p. 1105

BIBLIOGRAFIA p. 1161

INDICI p. 1183

INDICE GENERALE p. 1213

UMBERTO SABA – TUTTE LE POESIE
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